Il turismo outdoor non è più una moda: è uno dei veri motori del turismo italiano, quest’anno vale oltre 9 miliardi.
Luglio 10, 2026Per anni campeggi, villaggi turistici e glamping sono stati considerati una scelta “alternativa”. Oggi, invece, credo che dovremmo iniziare a guardarli per quello che sono davvero: uno dei pilastri del turismo italiano.
I numeri parlano chiaro. Per il 2026 il comparto dell’outdoor potrebbe generare un impatto economico complessivo superiore ai 9 miliardi di euro, con la possibilità di arrivare oltre i 13 miliardi considerando l’intero indotto. Le presenze attese sfiorano i 68,4 milioni di pernottamenti, mentre la domanda internazionale continua a crescere.
Ma, al di là delle cifre, c’è un aspetto che secondo me merita più attenzione.
Il campeggio di oggi non è quello di vent’anni fa
Quando si parla di turismo outdoor, molti immaginano ancora tende, sacchi a pelo e servizi essenziali.
La realtà è completamente diversa. Negli ultimi anni il settore ha investito in bungalow di design, case mobili, piscine, spa, ristoranti, aree wellness e servizi che, in molti casi, non hanno nulla da invidiare a un hotel tre o quattro stelle. Questo processo di evoluzione dell’offerta sta cambiando la percezione stessa della vacanza all’aria aperta.
Non è più una soluzione “economica”.
È una scelta.
Gli stranieri continuano a credere nell’Italia
Un altro dato che mi colpisce riguarda la composizione della domanda.
Mentre il mercato italiano appare sostanzialmente stabile, sono soprattutto i turisti stranieri a sostenere la crescita del settore. Le presenze internazionali continuano ad aumentare e risultano ormai ben superiori ai livelli registrati prima della pandemia.
Questo dovrebbe farci riflettere.
Spesso siamo noi italiani a sottovalutare il patrimonio naturalistico che abbiamo, mentre chi arriva dall’estero continua a scegliere i nostri laghi, le coste, le montagne e i grandi campeggi immersi nel verde.

Il Nord-Est resta il cuore dell’outdoor italiano
Non è una sorpresa che il baricentro del turismo open air resti il Nord-Est.
Tra il Lago di Garda, la costa veneta, il Delta del Po e la Riviera romagnola si concentra quasi la metà delle presenze dell’intero comparto. È una zona che da anni ha saputo investire in strutture moderne, servizi di qualità e una forte attenzione ai mercati del Nord Europa.
Ed è proprio questo, secondo me, il punto.
Non basta avere un bel territorio.
Serve trasformarlo in un prodotto turistico competitivo.
La vera sfida non sarà crescere, ma migliorare
La fase del rimbalzo post-pandemia è ormai finita.
Adesso non si vince aumentando semplicemente il numero dei visitatori.
Si vince offrendo esperienze migliori.
Chi sceglie una vacanza outdoor oggi cerca natura, certo, ma vuole anche comfort, servizi digitali, sostenibilità, qualità della ristorazione e attività da vivere durante tutto il soggiorno.
In altre parole, il valore della vacanza conta sempre più del semplice prezzo.

Il turismo del futuro sarà sempre più esperienziale
Se dovessi individuare una direzione, direi questa.
Le persone non cercano solo un posto dove dormire.
Cercano un luogo dove vivere qualcosa che, una volta tornati a casa, valga la pena raccontare.
Ed è qui che il turismo outdoor può avere un enorme vantaggio competitivo.
L’Italia dispone di parchi naturali, laghi, montagne, coste e borghi che pochi altri Paesi possono vantare. Se riusciremo a valorizzarli senza snaturarli, il settore continuerà a crescere ben oltre i numeri previsti per il 2026.
Alla fine, credo che il messaggio più importante sia proprio questo: il turismo outdoor non rappresenta più una nicchia del mercato. È diventato un indicatore di come stanno cambiando i viaggiatori. Meno interessati all’apparenza, più attenti alla qualità dell’esperienza, alla natura e al tempo vissuto.
E forse è questa la trasformazione più interessante del turismo italiano.



